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AREA MEDICA/PSICOSOCIALE
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Dialogo tra cervello e corpo
Ester Fride, Ph. D.
Professore Associato di Scienze Sperimentali
Academic College di Giudea e Samaria
Ariel, Israele

Ies and Ester Fride
Ester Fride (a destra nella foto) con il fratello Ies scomparso a causa della fibrosi cistica (FC)
“Se non ti riposi, ti ammalerai”
[tipico discorso di una mamma]

La medicina psicosomatica si basa sull’assunto che i problemi di salute siano connessi a fattori psicologici. La complessa interazione tra corpo e cervello è un fatto riconosciuto da secoli ma di recente è nata una nuova branca della medicina, la “Medicina comportamentale”, secondo la quale la malattia non è solo il diretto risultato di un danno fisico ma l’esito finale di una combinazione di fattori fisiologici e psico-sociali, quali lo stress e le predisposizioni genetiche e caratteriali (vedi tabella 1).


Figure 1

Un esempio è dato dall’insorgenza dell’ulcera: esperimenti condotti sia sugli esseri umani sia sugli animali hanno dimostrato che uno dei fattori determinanti nello sviluppo di questa malattia è la tensione o stress psicologico, cui si aggiungono il tipo di carattere, le secrezioni gastriche e la predisposizione genetica dell’individuo.

In che modo il cervello comunica con il corpo? Agli attacchi di virus e batteri provenienti dall’esterno, il corpo umano risponde attivando il sistema immunitario, considerato un mediatore di importanza primaria tra il cervello e il corpo. Diversamente dal passato in cui il cervello era ritenuto un’area di interesse “non scientifico”, il suo ruolo nelle funzioni immunitarie è oggi diventato oggetto di studio da parte dei laboratori delle principali università e istituti di ricerca del mondo. Molte ricerche sperimentali hanno provato che il cervello e i processi cui esso sovrintende, come il pensiero, l’umore e l’ansietà, influenzano in modo significativo il funzionamento del sistema immunitario e l’evoluzione delle malattie.

“…il cervello è in grado di influenzare le difese immunitarie…”

In che modo il cervello influisce sul sistema immunitario? Alcuni importanti studi condotti in questo ambito hanno rilevato l’esistenza di terminazioni nervose che influiscono su organi immunitari come la milza e le sue cellule, stabilendo così che il sistema nervoso (il cervello) è in grado di influenzare l’attività di questi organi. Il cervello, inoltre, è in grado di influenzare le difese immunitarie liberando nel sangue dei messaggeri chimici, gli ormoni “dello stress”, che vengono riconosciuti dagli organi e dalle cellule immunitarie grazie a specifici “recettori”. Legandosi ai recettori gli ormoni influenzano poi l’attività cellulare.

Nelle situazioni cariche di tensione come gli esami universitari si attivano certe parti del cervello che ci fanno sentire “stressati” e, di conseguenza, comportare diversamente da quando siamo rilassati. Nello stesso tempo queste zone del cervello inviano messaggi per rilasciare nel sangue gli ormoni dello stress in modo che il corpo sia “informato” dello stress che colpisce il cervello.

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Sottoposto a queste condizioni di stress, ci aspetteremmo di vedere il cervello agire sul sistema immunitario rafforzandolo per metterlo in condizione di fronteggiare l’attacco di agenti patogeni come i virus e i batteri. In realtà, soprattutto in condizioni di stress prolungato, succede invece che il sistema immunitario subisca un rallentamento. In una serie di esperimenti effettuati in un periodo di diversi anni, è stato dimostrato che, nella fase degli esami finali, il sistema immunitario degli studenti di medicina risultava indebolito sia a livello delle funzioni cellulari (test tube experiments) sia a livello della frequenza e della gravità delle infezioni batteriche o virali.

“Possiamo davvero ‘imparare’ a influire sul nostro sistema immunitario…”

Ma il controllo del sistema immunitario da parte del cervello non si limita a questo: possiamo davvero ‘imparare’ a influire sul nostro sistema immunitario, come succede nel “biofeedback” quando impariamo, ad esempio, a mantenere bassi i livelli della pressione sanguigna. I topi, ad esempio, possono essere addestrati (o, meglio, “condizionati”) ad alterare la propria funzionalità immunitaria in presenza di certi segnali luminosi o acustici. Tali osservazioni hanno condotto all’ipotesi che gli individui siano in grado di apprendere delle tecniche comportamentali per combattere le malattie del sistema immunitario. Esperimenti condotti sui bambini che soffrono di raffreddori ed attacchi di influenza frequenti hanno dimostrato, ad esempio, che la situazione migliora in modo significativo quando si riducono i livelli di stress e si insegna ai bambini a “controllare” i raffreddori portandoli a immaginare se stessi piccoli piccoli mentre entrano nei loro corpi per rafforzare gli strumenti immunitari che dovranno combattere i germi (Hewson-Bower e Drummond 2001). Questa tecnica comportamentale è denominata “guided imagery” (immaginazione guidata).

In breve, ricerche sia di base sia cliniche indicano che i processi psicologici sono in grado di influire sugli stati fisiologici, e apparentemente lo fanno soprattutto tramite il sistema immunitario.

Ancora più interessante è l’esito di recenti esperimenti secondo cui la comunicazione tra il cervello e il sistema immunitario funziona anche nella direzione opposta, che cioè sia il corpo ad avvisare il cervello di eventuali alterazioni dello stato fisico. In questo modo “noi” veniamo informati di quello che avviene alla nostra salute. Un esempio è dato dall’ingresso di un virus nel nostro corpo: come possiamo essere al corrente di questa “invasione”, specialmente allo stadio iniziale quando ancora non sentiamo né dolore né altri disturbi?

Gli immunologi sanno da tempo che quando gli immunociti percepiscono la presenza di un “invasore” come un virus si scambiano l’informazione usando messaggeri chimici denominati “interleuchine”. Le interleuchine non solo viaggiano nel corpo per informare dell’infezione i vari immunociti, ma alcune di esse – come le “interleuchine 1” – entrano anche nel cervello e, legandosi agli specifici recettori, lo informano di quanto sta avvenendo all’interno del corpo.

Perché è importante che il cervello sia informato sullo stato di salute del corpo? Se il cervello “sa” che il corpo presenta un’infezione, reagisce con comportamenti appropriati, da un lato rallentando l’attività motoria e le interazioni sociali, dall’altro aumentando il tempo dedicato al sonno e diminuendo l’appetito. Inoltre, per contribuire a rimuovere l’infezione dal corpo, il cervello ordina al corpo di aumentare la propria temperatura (scatenando la febbre).

Per riassumere, l’esistenza di una comunicazione bidirezionale tra cervello e sistema immunitario è ormai largamente riconosciuta dalla comunità scientifica, benché resti ancora molto da chiarire in merito alle implicazioni sulla gestione pratica dello stato di salute e malattia.

“… la speranza e il coraggio di avere una forma di controllo,
anche se solo parziale, sul nostro stato di salute…”

È mio parere che il riconoscimento di questo sistema di comunicazione sia un’arma a doppio taglio. È positivo in quanto ci infonde la speranza e il coraggio di avere una forma di controllo, anche se solo parziale, sul nostro stato di salute se siamo in grado di assumere l’atteggiamento mentale giusto. D’altro canto, però, se non stiamo bene fisicamente ciò significa che non siamo stati capaci di mantenere il controllo della situazione o che non siamo stati abbastanza positivi? Abbiamo sbagliato qualcosa? Ci dovremmo sentire deboli e in colpa?

Una prospettiva più ampia su questa problematica può essere offerta dalla valutazione della portata e del tipo di malattie che affliggono l’umanità. Così come ci sono tratti che sono determinati esclusivamente in modo genetico al momento del concepimento, come il colore degli occhi, ce ne sono altri che si tramandano geneticamente in modo lineare con un’insorgenza, uno sviluppo e una conclusione prevedibile. Possiamo citare l’esempio del morbo di Huntington, un grave disturbo neurologico con esito fatale. Le cardiopatie e le condizioni psichiatriche come la depressione e la schizofrenia, invece, sono il risultato sia di predisposizioni genetiche sia di fattori ambientali come lo stress, l’uso di droghe, il tipo di educazione ricevuta, ecc. (vedi tabella 2).

Figure 2

“E la fibrosi cistica?”


E la fibrosi cistica?
La causa è chiaramente genetica ma il decorso della malattia è influenzato da fattori ambientali tra cui la terapia, lo stile di vita e l’ambiente fisico (pensiamo alle montagne svizzere in confronto al centro di Londra). I pazienti ammalati di FC devono essere vigili nei confronti di tutte le manifestazioni fisiche negative come infezioni, perdita di peso, ecc., con l’aiuto di medici altamente specializzati, ma ciò a cui bisogna prestare la massima attenzione è l’ambiente psicosociale in cui vivono, come si evince dalle osservazioni presentate (vedi figura 1). In base all’evidenza scientifica attualmente a disposizione, infatti, appare logico ipotizzare che uno stato emotivo felice dei malati di FC può avere un impatto positivo sulla gravità delle manifestazioni fisiche della malattia.

Nel complesso, sono del parere che sia lecito affermare che nella valutazione delle cause della patologia in una scala “genetica vs. ambiente” (figura 2), la FC si collochi più vicino all’estremo “soltanto genetica” che all’altro polo, “soltanto ambiente”.

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Article translated by: Elisabetta Maurutto
Contact: e.maurutto@eurologos-trieste.com